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CENTRO APP Firenze - Specializzato in ANALISI DEL COMPORTAMENTO E PSICOTERAPIA
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Interventi di psicoterapia cognitivo comportamentale di terza generazione
Modello teorico di riferimento

Il contestualismo può essere definito come "una visione del mondo in cui ciascun evento è interpretato come un’azione in corso, inseparabile dal suo contesto attuale e storico" (Fox, 2006). Secondo questa prospettiva epistemologica l’organismo non è, ma diviene attraverso una costante interazione con il contesto che attribuisce, aggiunge, o toglie valenza, funzione e significato agli stimoli specifici dell’ambiente (Moderato & Ziino, 1995).
Espressioni del contestualismo all’interno delle scienze del comportamento umano sono l’analisi del comportamento, la scienza che si è sviluppata grazie all’impulso dato dalle ricerche e dagli scritti teorici di Skinner (1953), e l’intercomportamentismo di Kantor (1959), che vede l’individuo nella sua progressiva evoluzione determinata dalla continua interazione con l’ambiente, che ne influenza a sua volta la struttura e la funzione. L’eredità di questi autori ha portato in anni più recenti allo sviluppo di una moderna teoria del linguaggio umano con solide basi scientifiche, la Relational Frame Theory (Hayes, Barnes-Holmes, & Roche, 2001), su cui si basa il modello di funzionamento psicologico e terapeutico dell’ Acceptance and Commitment Therapy (ACT-Hayes, Stroshal, & Wilson, 2011), terapia cognitivo-comportamentale di terza generazione.

Che cos’è l’ACT?

L’Acceptance and Commitment therapy (ACT: Hayes, Stroshal & Wilson, 1999; 2013) è una psicoterapia cognitivo comportamentale di terza generazione che ha solide basi scientifiche e affonda le sue radici nella Relational Frame Theory (RFT) e nel Contestualismo Funzionale, mettendo al centro del percorso terapeutico l’accettazione e l’impegno.
Come suggerisce la parola stessa, quando parliamo di ACT inevitabilmente la nostra mente vola all’azione. Ma non ci rivolgeremo ad un’azione casuale, bensì a quelle che veramente contano e che riescono ad aggiungere valore alla nostra vita. Ciò che questo modello propone è un modo di vivere consapevole e aperto ad ogni esperienza, attraverso la promozione della “flessibilità psicologica”.
La flessibilità psicologica (Figura 1. Hexaflex) viene descritta come l'abilità di essere nel momento presente con piena consapevolezza e apertura alla nostra esperienza e di intraprendere azioni guidate dai nostri valori (Harris, 2016). È il risultato combinato di sei processi cardine: accettazione, defusione cognitiva, contatto con il momento presente, sé come contesto, valori, azione impegnata. Questi sono fortemente interconnessi tra loro e in parte sovrapposti: ognuno supporta gli altri in funzione del raggiungimento di una maggior flessibilità psicologica.

Possiamo dunque dire che lo scopo dell’ACT è quello di creare una vita ricca, piena e significativa mentre accettiamo il dolore che inevitabilmente l’accompagna.

Mindfulness Act Oriented

Cos’è la mindfullness?

Con il termine mindfulness si intende sia uno specifico insieme di pratiche meditative, sia uno specifico processo psicologico. Questo termine, in qualunque accezione lo si utilizzi, rimanda allo sviluppo di un particolare tipo di consapevolezza, centrata sul momento presente, aperta, curiosa e compassionevole. È un modo di osservare la propria esperienza che, per secoli, è stato praticato in oriente attraverso varie forme di meditazione. Recenti ricerche nella psicologia occidentale, hanno provato che praticare la mindfulness può avere benefici psicologici importanti (Hayes, Follette, & Linehan, 2004). Attraverso tali tecniche si impara a guardare al proprio dolore, piuttosto che vedere il mondo attraverso di esso; si può comprendere che ci sono molte altre cose da fare nel momento presente, oltre a cercare di regolare i propri contenuti psicologici.

Gran parte delle idee, delle pratiche e degli interventi che oggi vanno sotto il nome di mindfulness sono il frutto di un percorso iniziato con gli studi pionieristici di Jon Kabat-Zinn, un biologo e professore della School of Medicine dell’Università del Massachussets che, a partire dal 1979, ha sviluppato un protocollo per introdurre la meditazione di consapevolezza come intervento in contesti clinici. Era convinzione di Kabat-Zinn, infatti, che la pratica di meditazione avesse il potere di trasformare in modo duraturo l’esperienza individuale della sofferenza e dello stress, offrendo un’alternativa alle strategie orientate alla risoluzione dei problemi che sono profondamente radicate nella cultura occidentale.

Se il lato negativo della vita non possiamo evitarlo, allora la prospettiva della consapevolezza (mindfulness) ci offre una possibilità a prima vista strana e controintuitiva. Entrare in relazione più diretta con il disagio e la sofferenza, imparare a rivolgere piena attenzione, a fare spazio anche a quello che non ci piace, che non vorremmo o che ci fa soffrire. Con questo cambio di prospettiva, apparentemente incomprensibile, scegliamo di fare spazio, di lasciar essere e quindi di essere meno condizionati, meno oppressi anche dalle situazioni che ci creano disagio.

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